lunedì 21 marzo 2016

Petizione-denuncia: stop al cemento selvaggio !

Fermate le disastrose e mortifere politiche di consumo di territorio, bonificando, decementificando e deasfaltizzando le aree contaminate e desertificate artificialmente fino ad oggi.Sì alla riforestazione e alla diffusione di essenze arboree autoctone.

LA DENUNCIA :
NEI VIVAI REGIONALI DELLA PROVINCIA DI BENEVENTO E’ PRATICAMENTE INTROVABILE L’ALBERO DI CIPRO, OVVERO IL CIPRESSO MEDITERRANEO PER ANTONOMASIA SOSTITUITO CON L’ARIZONICA O IL MACROCARPA ! PERCHE’ ?
LIMITI DELLA LEGISLAZIONE REGIONALE SULLA ATTRIBUZIONE DI ESSENZE PER LA RIFORESTAZIONE
Il Salento ha rappresentato per noi una virtuosa avanguardia nel campo ambientale.
Dopo gli interventi di disboscamento forsennato dell’Ottocento post unitario più d’uno capì che su quella strada per il Salento non c’era più futuro e tanti eroi piantarono quel verde arboreo che oggi tanti criminali: agronomi e amministratori insieme stanno distruggendo e cancellando ovunque per interessi speculativi legati alle biomasse e agli appalti facili. Nel 1953 a Portoselvaggio tanti uomini piantarono più di centomila alberi. E per fortuna inoltre, in quei rimboschimenti si optò per l’uso abbondante e prioritario di una pianta perfettamente mediterranea e che caratterizzava le pinete costiere di Puglia e di Lucania, nonché del Molise e Abruzzo, da epoche immemori: il cosiddetto Pino di Gerusalemme anche chiamato Pino d’Aleppo (Pinus halepensis).
Gente volgare oggi tenta di spacciare questa essenza arborea dal profumo balsamico e dal valore antisettico per una sorta di pianta esotica alloctona per favorirne la eliminazione speculativa attraverso questa mistificazione falso scientifica. Gli studi pollinici dicono presente il pino d’Aleppo già in età ellenistica tra Tarantino e Lucania. Nelle pinete naturali ottocentesche del tarantino il botanico Martino Marinosci di Martina, già nei primi dell’Ottocento, segnalava, la presenza del Pino d’Aleppo, come del Pino marittimo (Pinus pinaster), e del Pino domestico (Pinus pinea). Così nei rimboschimenti del Salento dei primi del ‘900, documentati da questa foto, si optò anche per fortuna per l’uso di un’altra stupenda pianta mediterranea: il Cipresso Mediterraneo (Cupressus sempervirens), tanto nella sua varietà orizzontale quanto in quella piramidale-colonnare, l’albero di Cipro, come recita il suo nome tipico dell’isola cipriota, come dell’ Isola di Creta, come del Salento in epoca greco-romana, tanto che, come pochi ancora sanno, lo studioso latino Plinio il Vecchio lo ricordava come l’albero che i Romani chiamavano “Tarantino”!
Altro che cipresso “toscano” ! A riguardo l’ignoranza tocca l’apice.
Purtroppo ci corre obbligo di segnalare con viva indignazione e protesta che i vivai regionali della Provincia di Benevento non riproducono da anni il cipresso mediterraneo per antonomasia, ovvero il cupressus sempervirens e che personale dipendente della Regione- Settore Agricoltura e Foreste, evidentemente poco esperto di botanica e di essenze arboree, tenta di rimpiazzarlo ai cittadini virtuosi richiedenti con gli alloctoni -udite, udite- “c.arizonica” e/o “c.macrocarpa”, quest’ultimo originario della California.
A fronte della ricchezza del patrimonio vegetale mediterraneo, riteniamo ciò una autentica vergogna, di cui chiediamo spiegazioni per iscritto alla Regione Campania.
Opportuno sarebbe che gli uffici della Regione dislocati nelle varie province tengano presenti, nell’evadere le richieste di assegnazione di piantine forestali, di tutti i vivai regionali, senzaridicole limitazioni territoriali confinate alla singola Provincia!
A conferma di quanto denunciamo, pubblichiamo il link dei vivai forestali della Regione Campania.
A tutte le Autorità cui è indirizzata la nostra lettera vogliamo far presente con viva deteminazione che l’unica infrastruttura di cui ha bisogno San Giorgio del Sannio è il verde ed i Grandi Boschi, pubblici e privati, senza che l’elemento bosco sia visto come in un aut-aut con l’agricoltura, o con la presenza urbana.! No a scempi e devastazioni del territorio nella Piana di San Giovanni, per esempio, in nome di una obsoleta e inutile zona ASI !
Non vogliamo altre strade in territori vergini o che consumano altro suolo.
Sì, solo ad interventi infrastrutturali che migliorano infrastrutture esistenti.
Ma non  accetteremo mai più il consumo di altro suolo integro, naturale e rurale, per nessuna altra “cattedrale nel deserto” o lottizzazioni p.i.p. fotocopia e ridondanti, per non dire pedestri e scriteriate !
Se il vitale tessuto connettivo forestale di questa terra – in cui esiste una contrada che non a caso si chiama “Cesine”- è stato depauperato all’inverosimile, non si deve ai cosiddetti “cambiamenti climatici” o a qualche altro effetto naturale, ma solo e soltanto all’azione devastatrice dell’uomo, alla barbarie della motosega indiscriminata e impunita, alle lottizzazioni speculative e affaristiche, all’avidità di denaro facile, alla colonizzazione e svendita del territorio.
Un “imperativo categorico” irrinunciabile e non più procrastinabile del nostro territorio e della sua gestione ed amministrazione, è quello della “Riforestazione” e “Rinaturalizzazione” con essenze autoctone e reintroduzione delle specie botaniche recentemente scomparse, a seconda dei casi previa “Bonifica” dei luoghi dal cemento !
Un imperativo che, come con stupore ognuno di noi può notare, è scomparso dall’agenda della politica locale (e nazionale) da decenni;  scomparso dal mondo dell’informazione; scomparso dalla nostra memoria: …unica vera infrastruttura prioritaria e vitale contro cui nessun cittadino in buona fede, o sano di mente, avrà mai nulla da eccepirvi ! Un’infrastruttura la cui ricostruzione, attraverso un massiccio intervento statale e regionale, costituisce un fattore strategico di sviluppo e di benessere autentico  nonché una notevole occasione di impiego e lavoro per numerosissimi giovani ed imprese locali.
Ma gli ambientalisti veri, i naturalisti, i botanici, chi di verde nutre la propria anima e gli attivisti del comitato civico oggi, contro la famelica antropofaga foga speculativa che domina quasi ogni atto amministrativo , vogliono e chiedono, con forza e determinazione, di riportare nella prima pagina dell’agenda di ogni istituzione territoriale  che voglia ancora sperare nella “credibilità” agli occhi dei cittadini, il più grande dei bisogni di questa terra: vasti boschi pubblici e l’incentivazione massima dei rimboschimenti dei suoli dei privati ! Basta con la cementificazione !
Rosanna Carpentieri
per il Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia e per il Comitato di Rimboschimento Il popolo degli Alberi e dei Giardini
Specifiche richieste :
All’attenzione della Commissione Europea: a partire dalla costituzione della Banca Mondiale a Washington (accordi di Bretton Wood) uno dei primi obiettivi fu quello di riportare ricchezza nelle regioni meridionali italiane, greche, ungheresi, bulgare, al fine di garantire benessere diffuso e serenità sociale; tra le strategie per conseguire questo scopo, uno dei progetti più importanti prevedeva proprio la riforestazione mediante la piantumazione massiccia di piante autoctone, ma non fu mai portato a termine!
Il paradosso è che se ogni giorno sul Financial Times o sul The Guardian si parla di riforestazione inglese per combattere il “climate change”, non si riesce a capire come sia possibile che gli amministratori italiani ignorino del tutto l’argomento. Non un solo convegno è stato organizzato a Benevento, a San Giorgio del Sannio o in Campania dagli enti istituzionali per illustrare gli incentivi pubblici, esistenti, anche alla luce del Protocollo di Kyoto, per quei proprietari terrieri che volessero rimboschire o rinaturalizzare i terreni di loro proprietà, mentre la politica locale ha al contrario favorito un processo innaturale e aberrante di edificazione dei suoli o di inquinamento dei terreni agricoli con orrendi capannoni commerciali, oppure -in provincia- con l’eolico e il fotovoltaico selvaggi che ha generato una speculazione da Green Economy dagli effetti devastanti, sia dal punto di vista ambientale, sia della legalità, insostenibile economicamente ed ecologicamente, portando a forme vere e proprie di neo-colonialismo, con l’arrivo di multinazionali e ditte da ogni parte del globo interessate ai lauti incentivi pubblici disponibili per queste produzioni d’energia. Una speculazione, in un mercato drogato di rapina, che deve essere fermata, bonificando i terreni così ignominosamente alterati e favorendo invece l’ubicazione dei pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici a favore dell’autoproduzione ed autoconsumo dell’energia elettrica da fonte rinnovabile da parte degli utenti; il modello della micro-generazione diffusa dell’energia rinnovabile a impatto veramente zero, contro il modello accentrato e monopolistico industriale  tanti danni  causa al territorio.
La riforestazione ha poi anche un valore storico-sociale, nonché economico, di riscatto del meridione, per superare la retorica della cosiddetta “questione meridionale”, ponendo fine alla corsa vacua volta al raggiungimento da parte del Sud di standard propri di altre realtà, ma che non appartengono e non devono appartenere al Sud, connotato da altri e differenti fulcri economici e peculiarità. In tale contesto la “riforestazione”, nella forma moderna “partecipata e razionale” qui prospettata, ha in sé anche un imperativo di riscatto anticoloniale, dato che fu dopo l’Unità d’Italia, inizi seconda metà del ‘800, che le foreste subirono la definitiva accelerata volta alla loro quasi totale distruzione, al fine di fornire legno e carbone per le esigenze di “sviluppo vorace” di altre realtà extra-meridionali, con la conseguente rottura definitiva degli equilibri millenari uomo-natura  e il passaggio verso economie agricole da vero e proprio territorio colonizzato, pur se appartenente alla stessa nazione: aspetto quest’ultimo che ne ha stemperato l’intrinseca conseguente miseria, drammaticità e dipendenza forte da dinamiche e volontà esterne, un’economia decapitata di ogni auto-determinazione locale, che oggi è invece necessario favorire.
Richiesta specifica al Governo Italiano: al Governo si chiede di orientare nel sud deforestato barbaramente quei progetti di piantumazione di migliaia di alberi, promessi dal Presidente del Consiglio all’Italia sulla scorta dell’appello dell’Onu che proclamò il 2011 Anno internazionale delle foreste. 
Vi risultano in merito decreti attuativi ? A noi no !
Richiesta specifica alla Regione Campania: alla Regione Campania si richiede che la maggior parte dei progetti e dei finanziamenti che saranno elargiti in seno al Piano Paesaggistico Territoriale Regionale siano indirizzati proprio verso quelle idee progettuali volte alla rinaturalizzazione-bonifica del territorio e alla riforestazione razionale, con le essenze autoctone (con la piantumazione di querce ed altre piante micorrizate per la produzione di funghi e tartufi o della Quercia da sughero per la produzione del sughero o della dolce manna dal Frassino orno, etc.) ; essenze autoctone prodotte ed assegnate ai privati richiedenti da tutti i vivai regionali, senza inaccettabili limitazioni territoriali e senza scelte che attentano di fatto al necessario rispetto della biodiversità e del genius loci.
Così come, i Piani di Sviluppo Rurale (PSR) devono promuovere e privilegiare quei progetti che prevedono il recupero di colture e cultivar  tipiche del meridione d’Italia, e le filosofie di pratica agricola ispirate alla massima salubrità e rientranti nella grande famiglia del cosiddetto “biologico”.
Interventi da accompagnare con azioni di urgente riqualificazione paesaggistica – incentivata e promossa – volta a favorire le architetture che riprendono tecniche, materiali, forme e stili tipici della ruralità locale nonchè il recupero del genius loci ed il restauro dell’esistente (laddove ancora esistente (!), come a titolo di esempio, l’antica casa colonica del ‘700 nella storica contrada Cerzone nel Comune di San Giorgio del Sannio !).


 

domenica 6 marzo 2016

Il Comune autorizza Barletta a costruire nuovo capannone sull'area del maxi incendio del 2009 strettamente contigua a zona residenziale



IL MAXI INCENDIO DEL CAPANNONE BARLETTA DEL 2009 E LE SUE NEFASTE CONSEGUENZE NON BASTANO A FARE RAVVEDERE IL RESPONSABILE APICALE DELL'U.T.C. DI SAN GIORGIO DEL SANNIO E L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE.
RILASCIATO PERMESSO A COSTRUIRE AI BARLETTA PER NUOVO CAPANNONESUL SITO INCENDIATO CONTIGUO A ZONA RESIDENZIALE SATURA (B1 SATURA)!!! PER SCELTE URBANISTICHE SCELLERATE.

In data 03/03/2016 Mario Fusco (dirigente e responsabile apicale dell'Ufficio Tecnico) e il Comune di San Giorgio del Sannio (BN) hanno deciso la destinazione urbanistica dell'area incendiata accontentando l'imprenditore Barletta condannato in primo grado proprio a seguito dell'incendio del capannone nel 2009.
La cittadinanza non ha fatto in tempo a leggere la notizia della condanna che arriva un'altra pesante quanto un macigno: sarebbe questa la destinazione urbanistica che il Comune intende dare all'area incendiata ed inquinata ?
Con ciò il Comune disattende vistosamente le necessità di sicurezza, di misure a tutela della salute , dell'ambiente e della pubblica e privata incolumità, nonché l'esigenza di destinare il lotto incendiato ad area verde (magari una villa privata con attività di ristoro e ricreazione aperta al pubblico) così comepiù volte richiesto pubblicamente, a mezzo stampa dal comitato civico sangiorgese “Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia”.
Fusco ieri (http://www.halleyweb.com/c062058/mc/mc_gridev_dettaglio.php?x=4312284abdc9f9c0d4d45fa9f363ac7c&id_pubbl=8821&interno=0#) ha rilasciato alla famosa e/o famigerata Luigi Barletta s.n.c. il permesso a costruire n.3/2016 per un nuovo capannone sul sito incendiato, prescrivendo una distanza minima dalle proprietà confinanti di appena cinque metri, facendo finta di ignorare che, per scelte urbanistiche scellerate dello stesso Ente, la zona D3 è strettamente contigua ad una zona B1 satura cioè una ZonaResidenziale Satura, regolarmente abitata e vissuta dale famiglie residenti da tempo immemore, comunque antecedente l'approvazione del p.i.p. e del successivo P.U.C.(...salvo far scomparire sulla rappresentazione grafica della lottizzazione p.i.p. proprio alcune abitazioni presenti e fare apparire inedificati altri lotti...invece già edificati !).
La distanza irrisoria prescritta dal Fusco fa finta di ignorare quanto accaduto nel 2009(il maxi incendio del 2009 del capannone Barletta, l'invasione dalle fiamme altissime della strada unica via di ingresso e di scampo della famiglia Carpentieri Ilario), le problematiche di sicurezza ed incolumità avutesi in passato ed ignora finanche la presenza di una stradina vicinale o interpoderale che dir si voglia, che il Comune si è rifiutato di classificare e regolamentare come vicinale ad uso pubblico (“non vi è interesse” , così -sic!- il sindaco p.t. Nardone a mezzo stampa!) per la quale col permesso di costruire con leggerezza e superficialità estreme rilasciato, si violano le maggiori distanze previste dal Codice della Strada da applicare per espressa volontà legislativa a tutte le strade.
Infine c'è da chiedersi: quale impresa si insedierà nel capannone e per svolgere che tipo di attività  ?
Una grande e fortemente impattante e incompatibile attività di cash & curry o commercio magari all'ingrosso con connesso transito di autoarticolati e Tir com'è avvenuto nel passato recente con le conseguenze di pericolosità ed invivibilità che ben conosciamo o una piccola attività commerciale con mezzi adeguati allo stato dei luoghi e alle dimensioni stesse della stradina privata?
Non v'è dubbio che per la prima occorre una V.I.A. cioè una preventiva Valutazione di Impatto Ambientale !
Ma, date le infinite inadempienze dell'Ente molto spesso ostico a sanzionare il privato Barletta (vedasi omesso ordine di demolizione del manufatto abusivo di altro capannone fatto passare per una pensilina (sic!) , per cui il comitato civico sangiorgese ha sporto regolare denuncia, poi archiviata inaspettatamente dal P.M. Antonio Clemente…) ed ostico a mettere in atto la puntuale ed imparziale osservanza della legge (nessun ordine di demolizione ha emesso Fusco per l'abusivo e non conforme manufatto !, a differenza di quanto praticano amministrazioni di altri enti comunali della provincia) , non tranquillizza affatto leggere nel Permesso di Costruire che il capannone sarà destinato a “DEPOSITO”.
Chiediamo: è un altro modo per dire che ci sarà in ingresso e in uscita dal sito una continua movimentazione merci?
E con quali VEICOLI? Cosa cambia rispetto al recente passato? Nulla !
Ma soprattutto, dove avverrà il transito veicolare?

Come si fa ad autorizzare de plano ed in assenza dei necessari presupposti la costruzione di un altro capannone senza aver prima realizzato la strada industriale a servizio del lotto D3 prevista dal PUC ma ancora inesistente malgrado Fusco con palese e reiteratofalso in atti pubblici ed impunemente sinora, sostenga il contrario (vedasi: https://www.scribd.com/doc/230539322/Sig-Fusco-dov-e-la-strada-a-servizio-PIP-a-Cesine-di-San-Giorgio-del-Sannio) ?

Ancora.  Come si fa ad autorizzare la costruzione di un altro capannone senza aver prima verificato la messa in atto dellapreventiva bonifica del sito incendiato da parte del responsabile dell'inquinamento Barletta, così come prescritto dall'ARPAC ?

Attendiamo con ferma determinazione risposte da parte dell'amministrazione, da parte dell'ARPAC (che non può più -allo stato- avanzare presunti segreti istruttori...quali?) e contestuale interesse ed approfondimenti da parte della stampa locale e nazionale.

Ma, in primis, vistane la palese illegittimità ed incongruità nonchèl'assenza dei presupposti minimi infratrutturali, chiediamo all'Ente comunale la revoca in via di autotutela del permesso di costruire n.3/20016.

Casa e baraccopoli abusiva











Nella foto sotto, altra baraccopoli dei Barletta estremamente internata nella zona residenziale, priva di viabilità e lontana dalla strada Cesine. Sulla destra, notasi Capannone abusivo fatto passare in atti pubblici e catastali per ...pensilina, con il favoreggiamento compiacente e colluso dell'Ufficio Tecnico di San Giorgio del Sannio.
Si legga anche:

IL COMUNE QUALE DESTINAZIONE INTENDE DARE ALL'AREA INCENDIATA DEL CLAN FAMILISTICO BARLETTA ?


Da Agorà News on line:

Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia
La coordinatrice e portavoce Rosanna Carpentieri

giovedì 3 marzo 2016

Perché è importante parlare della capitozzatura

Pubblichiamo un intervento di Sergio Calderale di Eco Abitare Onlus quanto mai opportuno dopo la mattanza dei tigli storici di San Giorgio del Sannio avvenuta con motivazioni pretestuose non corrispondenti al vero, con notevoli danni biologici ed estetici ai tigli, con problematiche di sicurezza ed incolumità causati dalla totale privazione della chioma odorosa.

Perché è importante parlare della capitozzatura, vale a dire di quella mala prassi di potatura degli alberi per cui vengono tagliati la maggior parte o totalità dei rami principali, se non perfino il tronco a una certa altezza?
Dopo avere ascoltato tante argomentate e convincenti critiche a questa modalità di azione al corso di potatura degli olivi dell’Associazione Libera Polis viene spontaneo guardarsi intorno nelle proprie strade cittadine. E quella che prima sembrava al massimo una bruttura estetica – che forse un pensiero recondito e non esplorato riteneva giustificata dalle esigenze delle piante, che noi soddisfiamo da indefessi giardinieri – appare un vero e proprio scempio. La cui colpa più paradossale è quella di essere insensato e autolesionista − vedremo tra poco per quale motivo − oltre a provocare alla pianta un danno biologico che essa deve correre a riparare con grande fatica per evitare di morire. Sempre che ci riesca.
Il modo migliore per entrare in contatto con l’argomento è innanzitutto quello di aprire gli occhi e osservare.  E io l’ho fatto: nel paesino in cui vivo, Marina di Cerveteri, avevo già notato nelle ultime settimane squadre di potatori all’opera lungo le strade. Ora il risultato del loro operato mi appare in tutto il suo insensato squallore. Ecco le foto, scattate ieri, di alcuni alberi che si trovano ai margini e all’interno di un parchetto pubblico per i bambini.
Alberi appena capitozzati su una strada di Marina di Cerveteri
Alberi appena capitozzati su una strada di Marina di Cerveteri
Proprio per la presenza del parco − luogo di riposo e di relativo contatto con la natura − un simile contorno di monconi di alberi suona stridente: non rasserena gli animi, né riempie gli occhi. Perché dunque viene fatto, qui come quasi ovunque nelle città italiane?
Ci si sbaglia di grosso se si è convinti che dietro queste potature pagate da noi cittadini ci sia un motivo altruistico − il bene della pianta, che si giova in qualche modo della potatura − oppure utilitaristico per l’uomo − la sicurezza, ad esempio, visto che le piante “abbassate” vengono considerate meno esposte al rischio di cadute.
Questi alberi sembrano essersi arresi di fronte alla stupidità dell'uomo, ma sotto la corteccia stanno combattendo per sopravvivere
Questi alberi sembrano essersi arresi di fronte alla stupidità dell’uomo, ma sotto la corteccia stanno combattendo per sopravvivere
Per capire che nessuna delle due argomentazioni si regge in piedi è sufficiente sapere cosa accade a una pianta quando viene capitozzata. Il primo danno che le si cagiona è legato alla sua fisiologia: ogni pianta cresce con la stessa estensione all’aria aperta e nel sottosuolo; quando la si priva di una parte aerea, lo stesso danno si ripercuote nell’apparato radicale. Le conseguenze sono semplici da dedurre: poiché le radici svolgono anche la funzione di ancoraggio al suolo, una loro brusca diminuzione significa minore stabilità della pianta.
Quello che resta dei poveri alberi capitozzati, mentre sullo sfondo qualcuno è stato per fortuna risparmiato
Questa minore stabilità è aggravata dalla “ferita”: tagliare un ramo di grande spessore rende la pianta vulnerabile agli attacchi esterni di parassiti, funghi, batteri. L’ingresso di questi agenti patogeni nei suoi tessuti porterà anche le radici ad ammalarsi, perché il tronco non è altro che un tramite che collega la cima alla parte interrata, funzionando come una pompa idraulica che propaga la linfa e i nutrienti nelle varie parti del suo “corpo”.
Accecati, gli alberi si protendono ancora ma inutilmente verso il sole
Ma il danno forse più lampante che cagioniamo recidendo tutti i rami − e con essi le foglie − è quello di privarla della possibilità di nutrirsi: la pianta sintetizza i suoi elementi vitali attraverso la luce, assorbita dalle foglie e poi elaborata tramite la fotosintesi clorofilliana. Ecco il motivo per cui dai tronchi recisi spuntano, in breve tempo, piccoli getti fogliosi: non si tratta di un segnale di vitalità della pianta − contrariamente a quella che è divenuta una convinzione comune − bensì di un disperato tentativo di sopravvivere andando a cercare nuovamente la luce di cui nutrirsi.
Vedere e capire tutto questo è il primo, semplice passo per scongiurare che continui ad accadere. È faticoso, e spesso vano, lottare contro amministrazioni pubbliche inconsapevoli che agiscono (in questo caso: potano) in nome di una collettività altrettanto inconsapevole. Il lavoro che va fatto comincia da noi stessi, ed è più sottile e preventivo: occorre tornare a espandere la nostra percezione, chiamiamola coscienza, fino ad abbracciare la sofferenza di un albero. Per riuscirci, può essere utile un corso di potatura come quello di Libera Polis, oppure la lettura di un libro (ne consiglio due, agili ma rivelatori: “Verde brillante” di S. Mancuso e A. Viola; “La botanica del desiderio” di Michael Pollan: per capire anche il motivo per cui “senza i fiori non esisteremmo“). L’alternativa più immediata, se si è capaci di sufficiente empatia, è quella di osservare le piante, mettersi in relazione, percepire il tempo rallentato della loro crescita e cercare una risposta direttamente da loro.
Una buona potatura, soprattutto quando si interviene su piante abbandonate o mal potate in precedenza, significa saper vedere e prevedere le reazioni e la crescita della pianta nel corso degli anni. Responsabilità e progettazione, come dicevamo, col carico di fatica che comportano. E, come ci ricorda Mascioli, un simile modo di procedere è ancor più faticoso in una società in cui siamo ormai abituati a delegare quasi tutto. Sarà per questo che nemmeno ci accorgiamo delle famigerate “capitozzature” che sfregiano l’estetica di città e campagne, soprattutto in nome del business della potatura: peggio si pota, maggiore bisogno ci sarà di potare ancora. Ma prima delle speculazioni, gestite come spesso capita da amministrazioni pubbliche conniventi, il lasciapassare a pratiche così insensate lo diamo tacitamente noi cittadini nel momento in cui nemmeno ce ne accorgiamo: per ignoranza, per superficialità, perché, forse, noi per primi veniamo “capitozzati” in un sistema che ci abitua a perdere la relazione con l’ambiente che ci circonda.
Chissà come ci vede un albero… Se proprio dobbiamo avvicinarlo a lame sguainate, assicuriamoci prima di conoscerlo e sapere come evitare di nuocergli troppo

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